In principio era “Non è un paese per vecchi”

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È stato difficile trovarne uno. Un grande inizio, intendo. Io sono uno di quelli – sempre se esiste una categoria che mi possa rappresentare – che dei libri ha sempre avuto un maggiore trasporto per i loro finali. Mi viene in mente, per esempio, il finale di “American Psycho” di Ellis, o quello di “Pastorale Americana” di Roth, o quello di “Never let me go” del neo Premio Nobel Ishiguro: tutti finali straordinari, intensi, quasi vertiginosi. Ma gli inizi dei libri? Quelli, stranamente, non mi hanno mai trasportato altrove come certi finali. Dico stranamente, perché in teoria dall’incipit uno potrebbe o addirittura dovrebbe capire se il libro lo attrae o meno. A me non è praticamente mai successo. Succede. Dunque per me individuarne uno è stato complicato.

Il contesto è questo: da alcune settimane sto seguendo un corso di scrittura creativa che, tra l’altro, mi sta prendendo di brutto. La consegna era portare un esempio di primo capitolo che ci aveva particolarmente preso. All’inizio sono andato un po’ ‘in crisi’, poi qualcosa, un angolo della mia memoria, mi ha regalato un frammento del passato: io, nel 2013, a Roma, alla libreria Fanucci. Mi presento in cassa con “Non è un paese per vecchi” di Cormac McCarthy. Lo inizio a leggere la stessa sera che lo compro. E leggo qualcosa come cinquanta pagine tutte d’un fiato. Ed è noto il fatto che io sia un lettore piuttosto lento. Cos’è successo quella sera? Cosa mi ha spinto a leggere quella mole di pagine così insolita per me? Lo riprendo allora dalla libreria di camera mia. Ben intesi, io “Non è un paese per vecchi” lo riprendo spesso, ma perché ne adoro, tanto per cambiare, il finale (che poi è quel finale che i fratelli Coen hanno reso magistralmente nell’omonimo film). Stavolta provo a leggere l’inizio. Ci sono. Capisco perché ho letto cinquanta pagine a Roma senza quasi respirare, capisco che è il libro che devo presentare a lezione.

“Un ragazzo ho mandato alla camera a gas di Huntsville. Uno e soltanto uno.”. Cormac McCarthy mette le cose in chiaro da subito: è un romanzo di omicidi, di fuorilegge, di morti. Chi parla è uno sceriffo, uno sbirro navigato, uno di quelli che ‘ne ha viste tante’. Ma non ancora tutte. Infatti emerge qualcosa fin da subito: l’incomprensione. Lo sceriffo ha un’esperienza lunga decenni, è a fine carriera ed è di fronte a qualcosa che non gli torna. Che non comprende, appunto, che lo spaventa a morte. McCarthy è straordinario perché fa trapelare poco, l’essenziale, e, contemporaneamente, ti immerge lentamente in un lago freddo di angoscia. Il suo sceriffo è calmo nel modo, è risoluto, perentorio, assolutamente lapidario. Parla, racconta, anche se è molto probabile che non lo voglia fare affatto. Perché è stufo, perché è stanco. Perché è vecchio, anche se lui lo nega. Prova a narrare una storia, che è singolare perché è l’unica volta di fatto che un suo arresto ha portato a un’esecuzione capitale, ma che per lui è soprattutto inquietudine per l’immaginario che spalanca. Il ragazzo che lo sceriffo ha mandato alla camera a gas ha diciannove anni e ha ucciso una ragazzina di quattordici. I giornali hanno detto che l’ha fatto come delitto passionale, ma lui allo sceriffo ha confessato che la passione non c’entra nulla: lui l’ha fatto perché da quando ha ricordi ha sempre avuto in mente di ammazzare qualcuno. Ha ucciso perché aveva voglia di farlo, pur consapevole, a sue parole, che sarebbe senz’altro finito all’inferno. Lo sceriffo è quasi freddo nel raccontarlo: dico quasi, perché le sue parole, piano piano, si riempiono di oscurità, di ombra. Di pura e autentica paura, che è incapacità di rispondere a una persona che per sua stessa ammissione è del tutto priva di anima. Lo sceriffo matura così un’ipotesi: probabilmente questa è una nuova categoria di persone, una nuova tipologia di individui che non può essere in grado di capire.

Ma c’è qualcos’altro, c’è molto di più. Anzi, è il resto ad esserci davvero. “Ma lui (il ragazzo) era niente in confronto a quello che sarebbe venuto dopo”. Non era che un timido approccio a un mondo completamente ribaltato: il mondo che prende forma nel corpo del romanzo. C’è un incubo, l’ultimo e il più grande nella carriera dello sceriffo, c’è un incubo ancora da vivere. Un casino enorme, una vicenda dai contorni allucinanti, un deserto e un fatto di soldi, una situazione di merda fatta di mercanti di droga, di uomini morti ammazzati, di cani morti ammazzati, di stupidi ficcanaso. E di un uomo che si chiama Anton Chigurgh e che probabilmente non è più un uomo, un assassino che se ne va in giro ad ammazzare usando una bombola ad aria compressa che a naso si usa per sopprimere il bestiame da macello, uno che fa dell’ordinata follia il suo metodo esatto. Ma tutto questo all’inizio non c’è, lo scoprirai poi, lo sceriffo te lo fa annusare, te lo mostra in una coltre di nebbia e sabbia. E’ onesto nel farti paura. Ti abitua alla paura: ti servirà, se non la proverai allora vorrà dire che hai un problema grosso. Ti dice solamente che esiste un’altra visione del mondo, altri occhi per vedere il cambiamento, per vedere un profeta della distruzione i cui occhi lo sceriffo ha incrociato, ma che non vuole più farlo. Non si sente vecchio, anche se probabilmente ormai lo è, e non ha paura di morire: è solo il lavoro che ogni giorno della sua vita ha scelto. Ma è l’orizzonte, la lontana linea nera in costante avvicinamento, che non potrà mai capire, perché necessiterebbe di un mutamento che vorrebbe dire rischio. Un rischio troppo grande: il rischio di perdere l’anima. E lui non vuole farlo, perché non ha mai voluto farlo.

L’inizio di “Non è un paese per vecchi” non è che un’istantanea, uno scatto mosso, un rapidissimo avviso a doppio colpo di abbagliante, come un sollecito di attenzione perché da lì a pochi metri troverai un capriolo morto sulla tua corsia. Ti prepara velocemente al peggio. Sembra dirti: “Io ti ho avvisato, da qui in poi cazzi tuoi”. Ripeto, si tratta di onestà. Ed è forse per questo che probabilmente è il mio incipit di romanzo preferito: perché è tremendamente onesto, trasparente, puro. È del tutto libero da cazzate, occhiolini e cornici inutili: non servono, sarà già tutto un circo delirante di incubi di confine e i confini dell’odio, quelli saranno ampiamente sdoganati. Ci sarà il buio e verrà molto presto. Se sei pronto, questo è, questo sarà. Veditela tu, arrangiati.

Tutto chiaro? Lo spettacolo è questo: onesto, trasparente, puro. E scuro. Tremendamente scuro.

Pierpaolo de Flego

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Puglia – Prosecco solo andata (e con scalo ad Amsterdam)

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A dire la verità, questa è innanzitutto una storia di tempi sbagliati. Di ritardi, di anticipi, di incontri per caso, di altri previsti, ma posticipati di quel minimo da concedere, appunto, la casualità dei primi. E poi è una storia di strada e di strade, di tragitti percorsi a singhiozzo, di viaggi e delle loro inevitabili pause. Una storia che mi vede coinvolto, ma nel più classico ruolo di spalla.

Domenica mattina. Devo prendere un autobus, o meglio la corriera, come si è più soliti dire a Trieste (soprattutto a una certa età): la corriera numero 44. La 44 non è una corriera normale: parte da Piazza Oberdan, che è cuore e polmoni del trasporto pubblico triestino, e con un respiro più profondo si fa scaraventare ben oltre i limiti della circolazione comunale. Sì, perché la 44 è uno di quegli autobus che se ne vanno lontani, che escono, è la corriera che ti porta fuori porta. Ti porta al mare, a Sistiana, un piccolo diamante incastonato tra i confini della provincia e le rocce carsiche, un abbraccio aperto di costa, dove si gode di un mare bellissimo e dell’inquietudine, squisitamente locale, di guardare da lontano la città e di essere colti quasi da un miraggio. Insomma, la 44 va lontano, è in tutti i sensi un bus fuori dal comune ed è dunque, nel pieno rispetto del suo ruolo, meno frequente. La domenica poi… Arrivo quindi in piazza Oberdan già in preda a una delle mie più ataviche angosce, ossia quella di aver bucato in pieno l’orario di partenza. Fortunatamente, dopo ulteriori e svariati controlli degli orari in loco, mi rendo conto di averci azzeccato. Salgo sull’autobus, mi siedo ma è quasi come un distendermi. La 44 parte. Puntualissima. Di quella puntualità che ti fa quasi pensare di essere ancora al minuto prima. La strada è sgombra, il bus quasi. La 44 sale snella e con disinvoltura per Strada del Friuli, una via dai tornanti stretti e dagli scorci sul golfo che chiamano lacrime e silenzio o, nei casi più fortunati, infiniti baci alla francese. Si sale, sempre di più, fino ad arrivare a Contovello, un piccolo borgo che ne anticipa un altro, un po’ più grande, che si chiama Prosecco. E qui io mi fermo. Scendo dal bus. Ci sono stato un’infinità di volte a Sistiana, ma stavolta no. Devo fermarmi qui. Scendo nella piazzetta di Prosecco, devo aspettare Marco, dobbiamo andare ancora più lontano: a Lignano. Fuori Trieste, fuori dalla provincia: non ci arriva neanche la 44, per dire. Marco è un amico, un grande amico, con il quale condivido molte cose, tra le quali un inguaribile senso per il ritardo. E infatti, anche stavolta Marco è in ritardo. E allora, appoggiato su un tipico muretto in pietra del Carso, aspetto. Inizio a pensare ai fatti miei, guardo distratto il cellulare, mi guardo attorno e, come spesso faccio soprattutto nei luoghi dove non capito di frequente, provo a ricordarmi distintamente le situazioni passate nelle quali mi sono ritrovato in quel posto. Mi cimento in questo inutile gioco mentale, mi ci perdo dentro, lo faccio con trasporto. E lo continuerei anche a fare, se non venissi risvegliato da qualcosa. Una perturbazione, una voce inaspettata, una domanda dall’accento strano: “Mi scusi, ma stai aspettando la 44?”. Mi giro di più o meno 30 gradi a sinistra e vedo avvicinarsi una figura umana dal movimento non del tutto fluido ma, al contempo, bonariamente deciso. Si tratta di un uomo di una certa età, sarà sui 70 ma non ci metto la mano sul fuoco. Non troppi capelli grigi, linee rotonde, aspetto paffutello, un (bel) po’ trasandato, una pancia generosa a coprire la cintura, un viso glabro, paonazzo sulle scale di rosso, con occhi sottili, stretti in due fessure a uova schiacciate, tra le sopracciglia e gli zigomi particolarmente pronunciati. Rispondo: “No, ci sono appena sceso, è appena passata la 44”. A questa risposta l’uomo allarga le braccia quel tanto da intuire una polemica rassegnazione: “Eh ma non è possibile, ora scrivo a polizia locale sai, non è possibile qui dai sempre così, scrivo a polizia locale e vediamo dopo!”. Evinco si sia inviperito per l’imperdonabile anticipo con cui il bus è transitato per Prosecco. Per togliermi ogni dubbio, faccio leva su quella strana ed esattissima puntualità della partenza e la gioco sporca: “Ma sì guardi, l’orario di partenza era alle 10.05 ma mi sa che è partito alle 10.03-10.04”. “Eh ma no, anche stavolta così!”, risponde lui. Sì, si tratta dell’anticipo. Seguono due minuti circa di polemica, reiterata, sull’inadempienza di servizio degli autisti triestini nel rispettare gli orari. In verità, è una bella cozzaglia di banalità, della quale però mi ritrovo interessato: non tanto per quello che viene detto, ma per come. Quell’italiano sbilenco, ma soprattutto quell’accento strano, quello di prima…sembra carsolino, ma non è. Sembra l’accento di qualcuno che viene da molto lontano, e che da molto tempo è stato trapiantato lì. Insomma, per proprietà di linguaggio, parlata apolide e aspetto fisico tendente all’opulenza, l’uomo mi ricorda tremendamente Mino Raiola, il procuratore calcistico più potente del globo nonché la più autentica nemesi del romanticismo sportivo. Mino Raiola invecchiato, in villeggiatura a Prosecco: strana storia. Ma va bene, fa niente, ci arriviamo tra poco comunque. Il nostro amico, che quindi per comodità chiamerò Mino Raiola, continua la sua predica di assolute banalità fino a un momento, in cui di colpo si ferma, tagliando di netto un discorso già ben avviato. Mi guarda. E dal nulla, mi sorprende. Apre un sorriso con le sue gonfie labbra purpuree e spalanca gioioso quegli occhi, che io fino a un secondo prima pensavo fossero timide fessure del volto. “Ma tu dove vai oggi di bello?”. “Lignano”, rispondo io, ancora sorpreso. La gioia di Mino Raiola cresce, il suo sorriso sembra volersi mangiare il mondo intero: “Che bello! E ci vai con gli amici? Ma che bello!”. Mi parla di Lignano con l’entusiasmo di un bambino degli anni ’90 di fronte al suo primo giocattolo dei Cavalieri dello Zodiaco. E nel suo discorso mi segnala un ristorante, di cui non dirò il nome, in cui “per 40 euro in tutto si mangia piatto di pesce enorme per 5 persone. Altro che Croazia, dove spendo sempre 450-500 euro!”. (Quella parlata…quell’accento…). Peccato che quel ristorante di Lignano sia noto soprattutto per i responsi poco sexy dei NAS. Ma preferisco non dirglielo. “Grazie del suggerimento, ne terrò conto”, rispondo. Mino Raiola a quel punto, dopo l’ultimo sorriso d’intesa sul ristorante, sposta il suo sguardo, guarda altrove con un’ombra di malinconia: “Eh, il mare di Lignano è bello…ma in Puglia è tutta un’altra cosa. Lo so, io vengo da lì!”. Eccolo: svelato il mistero! Mino Raiola è un pugliese trapiantato sull’altopiano del Carso. È un improbabile, quanto inimmaginabile, pugliese carsolino. Dopo avermi decantato le lodi di Puglia, torna a testuggine sull’argomento gastronomico. “Eh, caro mio, io mangio sano sai? Eh, perché sennò il diabete, il colesterolo, sai caro mio. Quelli lì non perdonano”. Continua a random a parlarmi della sua dieta, della sua attenzione maniacale. Io mi distraggo un attimo, perché la cosa non è che poi, a dirla tutta, mi interessa assai. “Ma tu quanto hai? 90? 100? 110?”, mi chiede. Ah cazzo, colto in fragrante. Che mi starà chiedendo? La pressione? I valori glicemici? Il colesterolo? Merda. Mi tengo sulle difensive: “Guardi, sarò sincero con lei: non lo so”. A questo punto Mino Raiola si fa padre misericordioso: “Eh, ma devi controllare sempre sai? Anche se sei così giovane!”. Ride di gusto per un secondo. Io comunque mi sono salvato. Ma la tempesta non è passata, anzi. “Non hai panini in borsa per pranzo vero? Salumi fanno male! Prosciutto, mortadella, eeeh caro mio!”. “No…si figuri, non ho panini”, rispondo sorridendo. Invece sì: uno enorme, al cotto. Squisito, scoprirò poi. È preso bene. Insiste, è un fiume in piena di curiosità, espressa con quel suo italiano meno di sintassi e più di concetto (e quell’accento…). “E al mare, a Barcola, quando hai sete con caldo cosa bevi?”. Cosa bevo? In un secondo e senza volerlo, la mia mente si catapulta nella più classica situazione estiva che mi ritrae al baracchino della Pineta. Quell’unica, semplice, onesta, pulita ordinazione: “Una caraffa di spritz pompelmo, grazie”. Sono alle corde. Esito, prendo un respiro profondo, sono sull’orlo del precipizio, mi butto: “Acqua minerale”. “Bravissimo! L’acqua fa bene. Bravo che sei!”. Ci è cascato. Buscio di culo. Sono salvo di nuovo.

“Io non bevo e non fumo!”. “Neanch’io”, sto per rispondergli io, poi mi trattengo, lasciamo stare, un giocatore sa quando smettere di rischiare. Ma Mino Raiola sembra nascondere qualcosa, la sua pausa dopo questa lapidaria dichiarazione di ligio salutismo preannuncia un segreto. “Eh, ma io un vizio ce l’ho”. Ci siamo. “Eh sai, le donne…”. Sorrido, per trovare quell’intesa maschile che ci potrebbe poi far dire frasi come: “Quanti problemi ci danno, ma quanto son belle!”, o sciocchezze del genere. Insomma, quell’ultimo briciolo di innocenza che mi è rimasto dopo quasi 32 anni di esistenza me lo fa immaginare fare il brillante in un’osteria di Prosecco, muovendo avances volutamente comiche alle signore di una certa età del borgo, e generando un’ilarità che rallegra l’ambiente tutto. “Eh le donne, le donne, quanto tempo perso appresso a loro…”. Non ci faccio caso, chi non ne ha perso in fondo. Un’altra pausa. Sta prendendo coraggio per dirmi qualcosa, lo vedo. Inizio a intravedere qualcosa di più complesso. Di più oscuro, forse il suo vero segreto: è una di quelle strane situazioni nelle quali una storia si sta schiarendo e, al contempo, tutto si sta facendo tremendamente buio.

“Le donne sono proprio un vizio per me” (Oddio. Cosa vuole dirmi adesso?)“Sai…io vado spesso ad Amsterdam…”. (Oh mio Dio, no!)
“Ci sono andato tante volte sai…” (Dai, magari ha parenti lì, che ne so)
“Eh le donne lì…” (Credo di vedere la luce: è il buio)
“Le donne lì mi fanno impazzire” (Ora sento le tenebre)
“Eh…una notte a Amsterdam…speso 1000 euro e sono andato con 5 donne!” (Bingo)

Non so che dirgli. Rido un po’ con lui, non so che altro fare, tanto ormai…continua, io sono sfinito, mi chiedo sempre più insistentemente dove sia Marco. Mi poi parla di soldi: “Mio figlio solo 300 euro al mese, mia moglie in Puglia 3000 euro per lavorare in ospedale”. “Ma i tuoi weekend lunghi ad Amsterdam come glieli giustifichi?”, penso io (ma lo penso e basta). E poi? E poi mi accorgo che il nostro incontro sta giungendo alla fine. Perché come molti racconti, il fondo comincia dall’inizio. “Che vergogna questi autobus! In Slovenia c’è molta più legge. Ti sgarri con gli orari? Galera! Quella è legalità. O come in Iran! Scrivi sui muri come vandalo? Pena di morte!”. Ora, alzi la mano chi a 14 anni imbrattava i muri con una discreta regolarità…appunto, eccomi qua. Il mio collo sente una sensazione di corda stretta, e la visione della Fiat Bravo di Marco mi dà un sollievo impagabile. Mino Raiola sta finendo di dirmi delle cose che non ricordo, ma lo interrompo: “Il mio amico è arrivato, devo andare a Lignano! Le auguro una buona domenica!”. E Mino Raiola? A questa informazione inizia, di gusto, a ridere, come se gli avessi appena detto la cosa più divertente del mondo. Ride, ride fragorosamente, ride con beatitudine, con una serenità che probabilmente non ho mai visto prima. “Buon viaggio! Buon viaggio!”. E ride, ride ancora. Salgo in macchina. Marco vede la scena e scoppia a ridere. E io? Io faccio l’unica cosa che posso fare: rido. Chiudo la porta, la Fiat Bravo parte, guardo dallo specchietto retrovisore e vedo allontanarsi sempre di più una figura, che con un’imprevedibile quanto rumorosa risata mi saluta a mano aperta, una superficie umana rotonda e generosa, che piano piano, metro dopo metro, si fa più piccola, trasformandosi, inevitabilmente, in un ricordo. Un po’, in fondo, come tutta questa strana storia di casualità, tempi, silenzi, confessioni inconfessabili e qualche bugia.

Per concludere vorrei citare uno scrittore straordinario, Philip Roth, che una volta ha scritto che “la nostra comprensione della gente dev’essere sempre, per forza, nei migliori dei casi, difettosa”. Io, infatti, di questo incontro non ci ho capito pressoché nulla. Mino Raiola, un po’ come il Mino Raiola vero, rimane un personaggio enigmatico, sconclusionato, in fondo del tutto sconosciuto. L’unica cosa che credo di aver capito è che è un essere umano nella sua concezione più autentica, con le sue gioie, le sue tristezze, le sue oneste virtù e i suoi altrettanto onesti luoghi oscuri. Ma credo solo di averlo capito, di sicurezza in queste cose non ve n’è mai. So però che se dovrò andare in Slovenia non verrò deluso dalla serietà dei trasporti pubblici, so che devo diminuire i panini al salame, le birre e le sigarette, so di essere fortunatissimo a non essere nato a Teheran e so che ad Amsterdam, se ti impegni davvero, puoi spendere 1000 euro a sera in mignotte. E so anche che in Carso, da qualche parte in questo momento, c’è un pugliese un po’ malinconico che a volte si ferma e guarda il vuoto, che non ha paura di niente, che sa ridere meglio di chiunque altro e che per qualcuno è già un ricordo che come ogni ricordo invecchierà, ma che forse non morirà mai.

Pierpaolo de Flego

Per chi scende dalla barca: “Apocalypse Now” di Francis Ford Coppola

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Mai scendere dalla barca. Mai scendere dalla barca. Mai. Scendere. Dalla barca.
C’è poi però chi scende lo stesso. E intraprende un viaggio in picchiata tra i suoi incubi. C’è chi percorre fino in fondo il fiume e non torna mai più indietro. Chi arriva fino alla fine, fin dove è inimmaginabile giungere. E lì trova il buio.

Mi sono bastati pochi minuti ieri sera, prima di uscire e tornare a ore discretamente piccole a casa, pochi minuti di “Apocalypse Now” (Francis Ford Coppola, 1979) in tv, perciò che mi tornasse un impulso ormai del tutto ingestibile, in quanto profondamente intimo. Sì perché “Apocalypse Now” è un viaggio fluviale e oscuro verso una riflessione su ciò che di più è a sua volta oscuro nell’esistenza. Un sottile ma affilato trapano che perfora l’anima nel profondo, una chiave inglese che storce la serenità e muove le confessioni più inconfessabili. Un impulso su qualcosa che è talmente reale da risultare, appunto, del tutto ingestibile. Guardarlo una volta lascia un segno evidente, guardarlo circa dieci (come è successo a me) risulta rivoluzionario. In fondo non è un film di guerra “Apocalypse Now”, non lo è affatto. La prende la guerra, quella del Vietnam, ma solo come perfetta cornice per il suo vero messaggio: l’esplorazione dell’esistenza, dei suoi angoli più profondi, del significato di viaggio, di quello di pazzia, e quindi di quello di morte.

Innanzitutto c’è la necessità di una missione. La storia comincia così, con un’esigenza per vincere quel senso di inconcludenza che incombe quando il pensiero che tutto sia perso si avvicina progressivamente come una nube nera, tossica e soffocante. Benjamin L. Willard già conosce il Vietnam e il ritorno a casa. E difatti è di nuovo in Vietnam, consapevole che una casa, oramai, non ce l’ha più. Ma solo il bisogno: il bisogno di una nuova missione, perché è quella la sua casa, perché a quella appartiene davvero. Un’ossessione che lo distrugge, un pensiero fisso, un rantolo che lo fa muovere scomposto, che gli fa perdere moglie, famiglia e senno, che lo dilania lentamente, minuto dopo minuto, pezzo dopo pezzo. Una missione che adesso ha un volto, un nome e un cognome. Un colonnello, il colonnello Walter E. Kurtz, un pazzo gli dicono, uno uscito completamente dalla capacità di intendere e di volere, uno che si è fatto un esercito da sé che lo venera come un semi Dio, uno che ha sviluppato un suo insieme di metodi del tutto insani. Uno che sta in fondo al fiume. Willard ha con sé un manipolo di giovani dalle belle speranze, che ascoltano i Rolling Stones, che hanno dei sogni, che ancora prima del diploma già gli avevano dato in mano un fucile. Uno chef, un giovane afroamericano, un surfista e il capo: questi quelli più evidenti. E ha una barca: il viaggio così può cominciare. E qui è interessante, perché in realtà il viaggio è perlopiù sensoriale ed episodico. Non vi è quella trama folgorante, avvincente, quello stile denso di colpi di scena di cui Hollywood è maestro: c’è solo un viaggio. Via via verso l’inferno, più o meno. Un tragitto che passa su un grosso fiume dal Vietnam alla Cambogia, attraverso una serie di incontri che delineano poco a poco uno scenario onirico e sempre più simbolista. La guerra diventa un espediente molto efficace per dare l’idea della saggezza del delirio che invade l’esistenza quando giunta all’estremo. Non vi è più pazzia, perché essa non è che la realtà dei fatti, dunque diventa in un certo senso una forma di sanità, o perlomeno di abitudine quotidiana. Quella che ti fa surfare tra i bombardamenti, che ti fa gridare come un ossessionato nell’intravedere una tigre, che ti fa sparare alla cieca senza alcun comando in merito, o a freddo a una donna disperata che nasconde un cucciolo di labrador, e lo fai solo perché sei completamente eroso dalla paura o – motivo più probabile – del tutto fottuto e basta. Ma va bene, la missione c’è, la “casa” c’è, e la sicurezza effimera di non essere ancora morti o dispersi. E il viaggio continua, e anche se di fatto perlopiù visivo, ne si percepiscono netti i rumori sinistri e, soprattutto, gli odori, che sono via via più malsani; tutto diventa sempre più claustrofobico, anche se non c’è quasi scena girata in interni. La giungla è nebbiosa, fumosa. Sì, fumosa è l’aggettivo più calzante, ma in un senso stretto. E’ appunto un film pieno di fumo, tra umidità e fumogeni colorati. Tutto è incredibilmente soffocante: è come se metro dopo metro di fiume fitte ragnatele invisibili si aprano e subito si chiudano dietro alla barca. E metro dopo metro diventino più malsane, più intossicanti, asfissianti. Soprattutto dopo il ponte, il confine dove la legge, semmai ci fosse stata, si elimina del tutto. E tutti si scontrano, tra loro e dentro di loro. Da lì, da quell’ultima illusione di ordine che poi è puro disordine, non c’è più ritorno. Non vi è più esercito socio-politicamente riconosciuto, non c’è più bandiera: solo malaria, cadaveri e incubi. Ma non stupisce: è solo una conseguenza logica, è solo il normale decorso che può avere questo viaggio. Non può andare altrimenti. Perché sì, ogni fiume per quanto lungo, tortuoso, pieno di incontri, di lidi, alla fine una fine ce la deve avere. E ce l’ha. E Willard ci arriva. Praticamente da solo, perché il ragazzo afroamericano è morto, è stato ucciso ascoltando una registrazione di sua madre, perché una freccia ha trafitto il capo, perché gli altri in fondo al fiume, probabilmente, c’erano finiti da tempo. Un uomo, Willard, che giunto alla fine si trova da solo di fronte a un essere dalla tale disperazione da non essere più umano: un Dio per alcuni, un completo pazzo per altri, un personaggio che l’incantevole fotografia del film lascia quasi sempre in penombra a parte al giungere dell’inevitabile fine, quell’ultimo e forse unico lembo di moralità concreta in tutto il viaggio. Walter E. Kurtz non ha metodi insani: semplicemente non ha più metodi. Non è pazzo: è semplicemente una persona del tutto sconfitta. Ha assaggiato il sapore della paura, anzi ne è stato divorato completamente. Ma la sua colpa, la sua pazzia, la sua malattia, è quella di aver avuto la forza, l’incredibile e intollerabile onestà intellettuale di averla ammessa: di aver ammesso la paura, di averla riconosciuta come unica direzione di vita da poter perseguire, di abbracciarla, perché quando si supera il confine e si arriva oltre, oltre all’umana sopportazione, oltre alla linea di separazione (semmai ne esista davvero una) tra bene e male, oltre al peggio raggiungibile, lì insomma dove il fiume finisce, non rimane che un’unica cosa vera: l’orrore. L’orrore. E basta.

Ho visto quasi dieci volte, o forse di più “Apocalypse Now”, ma mi sono bastate poche scene stavolta per non riuscire più a trattenere l’impulso di scriverci qualcosa. Qualcosa su qualcosa di profondamente intimo da risultare quasi incomprensibile perché fin troppo scavato, incredibilmente umano nella sua costante manifestazione della disumanità, qualcosa che allora mi ha commosso dal primo secondo e che mi continua a commuovere fino all’ultimo, anche se solo per pochi minuti, prima di uscire in una serata finita tante ore più tardi.

Pierpaolo de Flego

Sulla storia a venire: “Videodrome” di David Cronenberg

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Era luglio. Luglio 2014. Ero con la band: un weekend di caldo, musica e svariate bibite. Ma di musica e caldo, soprattutto. Era luglio ed ero a Barolo: il giorno dopo avremmo suonato in uno dei festival più riusciti in Italia. Il Collisioni Festival: musica e cultura, a tratti snob ma bello, bello davvero. Qualche giorno prima guardai il programma degli eventi e lessi che un giorno, in una zona del festival a una data ora ci sarebbe stato un meeting con James Ellroy, coordinato da Carlo Lucarelli. Proprio in un giorno in cui c’eravamo anche noi. Mi dissi che ci sarei andato. E ci sono andato. Una conferenza meravigliosa, della quale – e da qui il motivo di questa lunga introduzione – ricordo circa una frase che disse Lucarelli presentando Ellroy: “Per me James Ellroy è stato uno scrittore fondamentale. Perché Ellroy mi ha insegnato che nel mondo esiste il male e il male”. Il male e il male. Un interessante risvolto, una chiave di lettura avvincente: o, se non altro, un’attenzione singolare. Il male e il male, o se si preferisce il male e basta: l’unicità ridondante che a volte qualcuno sviscera. Lo fa Ellroy con i suoi libri, lo fa Cronenberg con i i suoi film: o perlomeno nei (pochi) film suoi che ho visto (sì, me ne vergogno, e non sapete quanto). O perlomeno, nell’ultimo suo film che ho visto: “Videodrome”.

Ora, parlare di “Videodrome”, che è un po’ quello che mi piacerebbe fare qui, è difficile. Ha una trama confusa, è una pellicola che da un certo punto in poi vive di vita propria, impazzisce. “Videodrome” è tra i primi film di Cronenberg, è grezzo, incazzato, violento. Parla di televisione innanzitutto, di televisione e di pornografia televisiva. Il protagonista del film è Max (James Woods), direttore di una rete televisiva che trasmette principalmente soft porno e programmi “contro”. Max però vuole andare oltre, vuole qualcosa di più spinto, di più violento, di più. E lo trova. Un suo collaboratore stana un nuovo programma satellitare: la definizione dell’immagine è confusa, a volte la linea salta, ma il concetto è chiaro. Un programma di ultraviolenza e torture. Forse è tutto finto, forse è tutto vero. Sì, è tutto vero (forse). E il programma si chiama “Videodrome”. “Videodrome” però non è solo un programma televisivo assolutamente illegale, violento, macabro e sadico. Incarna qualcosa di più: è un emanatore di onde elettromagnetiche che compromette chi ne viene investito, è una matrice di allucinazioni, un ricettacolo di incubi via tubo catodico. Facendola breve (e non volendo raccontare troppo), la vita di Max viene pian piano investita da uno stato di perenne confusione, da un crollo psicologico e da un turbinio di allucinazioni, automutilazioni e sadismi. “Videodrome” seduce e uccide, tortura e rende chi lo guarda suo schiavo: la televisione prende vita, l’uomo diventa televisore, con la televisione si può fare sesso, la si può torturare. Essa diventa una realtà prima, la realtà poi.

Videodrome

Ed è questo il punto, a mio parere, più importante e, in buona sostanza, davvero lungimirante: “Videodrome” diventa tutto ciò che esiste. La televisione diventa la realtà per chi ne è assuefatto. Non esiste più altro: solo ciò che si vede in essa. “Videodrome” è un film che anticipa un cancro del mondo contemporaneo: la verità che è tale perché è nello schermo. Il concetto di realtà è il concetto di reality. “Videodrome” è un oracolo disperato che prevede la società che sarà, totalmente alienata a causa del mass media. Dello schermo: c’è un rapporto morboso, quasi erotico, o meglio pornografico, con lo schermo. Ci si penetra dentro prima, ci si diventa poi. La pancia del protagonista si trasforma a un certo punto in un videoregistratore dalla forma inequivocabilmente vaginale, diventa un grembo-mangiacassette. La sua vita è il video, la sua carne è ibrida: la sua è una nuova carne, la sua è una vita al confine su una superficie brillante a pixel, lievemente ricurva.

Cronenberg rappresenta, insomma, una forma del male: il male più allucinato, confuso, contemporaneo, irreale e reale al contempo e che in questa sua dicotomia trova la sua spietata natura. E che culmina in un finale assolutamente incerto e violento. L’unico finale possibile, per un protagonista che ha cercato di andare oltre. E ci è riuscito. In un certo senso, con il tempo ci siamo riusciti anche noi. Cronenberg ci aveva avvisato. Noi, probabilmente, non l’abbiamo ascoltato, ci siamo girati dall’altra parte, abbiamo forzato la nostra miopia. Ah, c’è un’ultima cosa da dire: “Videodrome” è un film del 1983. Lo stesso anno da noi, in Italia, usciva il primo “Vacanze di Natale”. Forse adesso è tutto più chiaro. E direi che basta così.

Pierpaolo de Flego

Be nice: you can be anyone you want (to be)

men models

 

Ho 28 anni, 29 a novembre, ma ho ancora delle ritualità molto giovanili. Per esempio, il mercoledì sera io esco. Ogni volta mi dico che sono troppo grande (anzi, troppo vecchio), che ormai non ha più senso, che non ho più vent’anni. E dunque, ogni volta lo faccio: il mercoledì io esco. Esco con amici. Si esce per bere qualcosa, si esce perché adesso, poi, è estate, si esce perché è estate ed è mercoledì. Ogni volta si tenta di fare qualcosa di diverso: a volte ci si riesce di più, altre volte meno. Ieri era mercoledì, sono uscito. Ero nel nuovo locale chic e uptown della zona. Non era la prima volta che ci andavo, ma stavolta, per certi versi, è stata la prima. E’ il fondo cieco di un vicolo, è grande ma non si capisce quanto, è pieno di televisori, è pieno di colori e, al contempo, pieno di nero. Il bancone è pulitissimo, la porta a vetri attraverso la quale entri ed esci ha una trasparenza quasi imbarazzante, tutto il mobilio ha un gusto retro, con una patina di finzione palese dallo splendore decadente, che fa un po’ quadro di Klimt (sì, fermi, con gran calma, è un magro tentativo, sia chiaro).

Molta gente ci va a bere, molta ci va solo a pisciare: a giudicare dal livello del locale (o quello a cui ambisce), credo che i bagni siano alquanto regali. Il contesto sociale è interessante e appassionante: un’orgia di camicie perfette, persone belle, milf a dismisura, vestiti e profumi costati quanto tutta la mia istruzione universitaria, bicipiti che ti mescolano il cocktail e nessuno che ti chiede permesso quando deve passare. Riassumendo, la contemporaneità nel suo massimo splendore in pochi metri quadrati (però lo spritz è buono).

Ma tutto questo, che poi è un po’ polemica, piaccia o no, è secondario. Quello che voglio raccontare brevemente, la cosa più orgasmica della serata, è stata una new entry che mi ha spiazzato. Anzi no. Insomma, siamo arrivati all’ingresso, io, nascosto, ho storto un po’ il naso perché si beve bene, sì, però i prezzi non sono un granché comunisti, ma va bene, è un locale nuovo, va bene, è il prezzo dell’uptown (qui poi…mah, comunque), va bene, non rompiamo le palle. L’ingresso però aveva qualcosa di curioso e non riguarda l’arredamento: riguarda un aspetto prettamente umano. Vicino alla postazione del dj, c’era una persona. Uno che sono quasi sicuro fosse un modello di una qualche agenzia di moda locale. Non so, vabbé fa niente, ciò che conta è che era oggettivamente bellissimo. Statuario. Ci sono passato vicino e vicino al resto della fauna, ho attraversato quella moltitudine di bellezza dall’età varia per prendere umilmente uno spritz-aperol, e mi sono sentito come la superstrada che taglia lo skyline di Genova: un pugno in un occhio, avete presente?

Ok, ma torniamo un attimo indietro, torniamo al nostro modello. Oltre a essere bellissimo, era anche praticamente fermo. Non si muoveva da lì. Muoveva solo una cosa, anzi due. Le mani. Su e giù. Quasi continuamente. Ossessivamente, teoricamente ritmicamente. Era convinto, lo sguardo fiero, la posa seria, le spalle alte, l’espressione intensa. Ma quel movimento delle mani…Ma perché? Perché quel movimento delle mani? E perché proprio lì, a fianco del dj? Poi ho guardato meglio e ho capito. Vi do una traccia: davanti a lui c’erano due conga… Sì, esatto, il nostro modello si stava improvvisando percussionista: il percussionista di supporto al djset in corso.

Sono rimasto stupito, rapito, un po’ perplesso, ma molto affascinato e curioso. Ricordo di aver pensato a poche cose (anche perché in quella situazione non si poteva fare di più). Innanzitutto, ho pensato a Tito Puente. Subito dopo, ho pensato a quanto non riuscissi a spiegarmi tutto questo. Poi, mi son venute in mente altre due cose: una è questo frame “musica e manichini”emblematico del video di “Man I feel like a woman” di Shania Twain, che ho messo qua sopra; l’altra è che avevo già visto un immaginario del genere da altre parti, o meglio avevo già letto qualcosa di qualcuno che aveva previsto tutto questo. Questo qualcuno, poi, esasperò tutto, ma a me ha fatto paura lo stesso.

Sono uscito dal locale. Mi sono divincolato tra i fantasmi attorno a me, quelli di prima, quelli con la camicia perfetta, quelli splendidi. Ho finito il drink e me ne sono andato. Prima però ho guardato la porta a vetri che ho lasciato alle spalle, quella dalla trasparenza imbarazzante, e ho avuto un’allucinazione: c’era un cartello e sul cartello c’era scritto, semplicemente, “QUESTA NON E’ L’USCITA”.

 

this is not an exit

 

Pierpaolo de Flego

Mezzo secolo di incubi a stelle e strisce: Bret Easton Ellis compie 50 anni

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La prima volta che presi in mano un libro di Bret Easton Ellis avevo 21 anni. Era “Acqua dal sole”, il suo libro di racconti. Me lo regalò per il compleanno mio fratello. Avevo 21 anni ed ero incazzato con il mondo: a quell’età è un sacrosanto diritto. Mi ricordo anche che non riuscivo a capire perché il libro si chiamasse “Acqua dal sole”. Voglio dire: che significa? Poi ho scoperto che è semplicemente uno di quei casi di attentato culturale prettamente italiani in cui, non si sa perché, il titolo di un’opera (libro o film) viene tradotta in maniera del tutto libera, assolutamente inutile e con un senso totalmente non pertinente all’originale. Come scordarci di “Se mi lasci ti cancello”? Ecco, “Acqua dal sole”, appunto, è in realtà “The Informers”.

Bene, riassumendo: 21 anni, incazzato e con in mano “Acqua dal sole”. Pardon, con in mano “The Informers”. Lo iniziai a leggere, arrivai alla fine nel giro di qualche giorno. Lessi l’ultima frase, lo chiusi. Respirai. Sapevo che non sarebbe stato più come prima. Bret Easton Ellis era diventato il mio scrittore preferito. In pochi giorni, ma era andata così. Ero incazzato con il mondo: lui era ciò che più volevo incontrare. Mi è bastato leggere un libro di racconti, neanche un romanzo: mi sono bastate delle narrazioni brevi. “The Informers” è un libro che consiglio a chiunque si voglia approcciare a Bret Easton Ellis. Perché è in dosi ridotte ma in più sfaccettature, è in pillole. Pillole strane, pillole magiche. Pillole che si ingoiano ma che si gustano al contempo, che vorresti gustare di più ma che continui a ingoiare. “The Informers” è, più o meno, come una confezione di Mentos alla frutta, per intenderci. Ed è anche un libro, appunto, che in sequenze brevi spiega la poetica di Ellis, tramite immagini e immaginari diversi e inquietanti: vampiri in Ray-Ban che si aggirano come star a Hollywood, lettere che vengono mandate ma alle quali nessuno risponde, ambienti lussuosissimi e annoiatissimi, disillusione, disperazione che cammina su scarpe Prada. “The Informers” è lo specchio di un mondo che si uccide da solo, ma che non rinuncia allo smocking, meglio se Versace. Bret Easton Ellis è questo: uno scrittore nato artisticamente negli anni ’80, che ha fatto un primo libro (bellissimo), “Meno di zero”, che ha venduto all’infinito e che ha venduto all’infinito negli anni ’80. Dunque, veramente tanto. Ellis, l’enfant prodige della letteratura americana nel decennio dei soldi a palate, Ellis, il figlio dell’America delle opportunità e il narratore più preciso della sua illusione (e del suo crollo verticale). Perché lui l’illusione americana l’ha vissuta ogni giorno. Perché lui per certi versi, ne è stato – e continua a essere – una perfetta manifestazione artistica e creativa.

Non ho tardato poi in quegli anni a leggere tutti i suoi libri. Li ho letti in ordine sparso, senza rispettare la loro cronologia: “Le regole dell’attrazione”, “American Psycho”, “Lunar Park”, “Glamorama”, “Meno di zero” (mi pare fosse questo l’ordine, forse andrebbero invertiti gli ultimi due, ma non ricordo). Poi, molto più tardi, “Imperial Bedrooms”. E ogni volta ho scoperto qualcosa in più: del suo scrivere, dei suoi temi ricorrenti, dei suoi incubi. Ellis, fondamentalmente, narra di incubi. Incubi del mondo che sono anche i suoi. Narra una vita che non esiste, esplora i rapporti tra le persone e ne tira fuori la lercia inconsistenza, racconta un’America fatta solo di apparenza e di valori umani letti al contrario. Bret Easton Ellis è stato negli anni un perfetto storico ma, al contempo, ha sempre liberato una creatività quasi espressionista nel dipingere ciò che vede e vive. Ed è straordinario perché lui da tutto questo non si tira affatto fuori: del logorio Ellis ne è partecipe. Ogni suo libro è scritto in prima persona, ogni narrazione è dentro la vicenda, mai fuori. Ogni lettore diventa dunque protagonista dell’incubo. La cosa che ho sempre ammirato tantissimo di Bret Easton Ellis è appunto questa: lui non è esterno, non guarda la vita, il mondo e le persone da fuori come uno scrittore onnisciente, non si arroga la presunzione di interpretare il ruolo dell’occhio divino. Ellis è, in un certo senso, il mondo sbagliato che descrive. Che denuncia sì, ma non credendosi assolutamente migliore di esso. Anzi, ne fa appunto parte.

Ma ciò che ha fatto di Ellis un grande scrittore e che ha fatto di me un suo grande fan non è solo la sua capacità di descrivere il momento storico presente, ma anche la sua spiccata dote di prevedere tutto il buio del futuro prossimo. L’esempio più riuscito risiede in quello che è il suo libro, a mio parere, migliore: “Glamorama”. “Glamorama” è la storia inconcludente di un modello bellissimo, della sua vita glitterata, del suo scopare con chiunque (donne o uomini che siano), del suo alienarsi e dei suoi psicofarmaci. Ma è anche una storia che prende una piega inquietante: a un certo punto inizia a parlare di bombe e di telecamere, di terroristi in abito firmato, di spettacolo sempre e comunque, delle stragi in quanto happening di livello, eventi mondani. Lo so, è una descrizione confusa. “Glamorama” è un libro che non va descritto: va letto e basta. Non si può descriverlo. Ma proprio in queste tematiche, confuse e impilate, risiede la macabra lungimiranza: Ellis ha scritto “Glamorama” alla fine degli anni ’90 ma affronta degli immaginari e delle patologie del mondo che sono assolutamente odierni. Lo spettacolo della morte, il male come entità sexy, il conoscere ogni cosa di qualcuno – qualcuno che è bello, ovviamente – ma in realtà non sapere bene nulla, non approfondire mai. Perché non si può approfondire, perché non c’è tempo di farlo, perché ci sarà qualcos’altro da vedere, qualcun altro da vedere, qualche altro dramma da compatire. Qualche altra bomba esploderà e sicuramente sarà la più forte e devastante di sempre. Conoscere tutto insomma, e non conoscere niente. Conoscere tutti: quindi, non conoscere nessuno. Mai.

Ellis ha compiuto ieri 50 anni. Auguri. Io festeggio il mio ritorno sul blog dopo 6 mesi circa. Auguri anche a me. È che ho pensato valesse la pena rendere tributo a un genio del nostro tempo, uno che è talmente disperato per tutto quello che si chiama realtà da trovare una forza immensa per crederci ancora, uno che spiega l’angoscia dell’America circondando i suoi personaggi con una nebbia insolita a Malibù, che dipinge il male per mezzo di un broker che si aggira bello e psicopatico per Manhattan, e il dolore tramite una falsa autobiografia piena di mostri e fantasmi. Oppure, molto semplicemente, ho scritto questo post per parlare del mio scrittore preferito. Lo scrittore che ho conosciuto perché me lo ha regalato mio fratello, lo scrittore dei miei 21 anni di rabbia e di quelli a venire, lo scrittore di “Acqua dal sole”, “Le regole dell’attrazione”, “American Psycho”, “Glamorama”, “Meno di zero” e “Imperial Bedrooms”. Lo scrittore che negli ultimi anni mi ha spesso detto che la parola “scrivere” si può pronunciare “Bret Easton Ellis”.

 

Pierpaolo de Flego

Roma città aperta: confessioni di un turista bimestrale

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Il tempo passa, poi si ferma a Roma per un po’ e poi torna a passare.

Dopo 2 mesi lunghi come 2 giorni e percorsi guardando più di 2000 anni, credo vada fatto un punto della situazione. Si tirano le prime somme: su tre mesi che devo stare qui la boa l’ho girata da un po’ (se la matematica non mi tradisce), dunque ci sono delle riflessioni che ormai posso fare (spero) con discreta consapevolezza. Ho pensato di costruire qualcosa di diverso, di dare delle indicazioni turistiche. Turistiche, appunto, perché a Roma turista non smetti mai di esserlo.

Tradisco il consueto stile narrativo che uso nel mio blog e metto giù una scrittura schematica, a punti, così da essere più chiaro e conciso. Voglio sviluppare le mie prime osservazioni, quelle più spontanee, costruendo una mappa in ordine puramente sparso. Vi siete mai cimentati nei libri game? Ecco, provo a fare qualcosa di simile. Vediamo se mi riesce. Vediamo, io ci tento.

 

1)      Qui c’è casino, un odore che non vuoi descrivere, più che altro non lo riesci a fare, soprattutto se è sera. Se è sera infatti hai il sentore di dover stare attento, di guardarti attorno con un certo acume. Le luci sono basse, regna la penombra, sei un’ombra tu stesso, gli altri ti guardano ma non ti parlano, gli altri hanno paura come te. Se è giorno è diverso, l’opposto, ti sposti senza movimento alcuno,  vai avanti perché ti ci porta la gente, i colori cambiano ogni metro e mezzo, l’odore è lo stesso ma più definito, tanto che capisci quasi cos’è: è ferro, è ruggine misto a sudore, è miseria, è il catalogo aromatico completo di un vagone letto. Ti domandi dove sei, se mai uscirai da lì. Ma continuando a muoverti giungi in uno spazio grande, passi sotto un muro di plexiglass e capisci di esserne uscito indenne. Ti giri, guardi l’ultima volta quel muro dove in bianco c’è scritto “Roma Termini”. Ora sei uscito ma sei dentro a qualcos’altro, ora sai che non sarà più come prima.

 2)      Cammini per una strada abbastanza larga, poi c’è una piazza. C’è un parco in mezzo, è poco illuminato. Anche qua l’odore non è dei migliori, anzi. L’odore è per lo più di urina, niente di speciale, insomma. Ma  c’è qualcosa che ti affascina. La gente non si assomiglia per niente, tutti sembrano alieni, tutti si parlano e in pochi si capiscono. Il clima è pesante ma nessuno si odia, tutti fanno parte di quel posto ma nessuno sa perché. Capisci che la Torre di Babele è stata portata a Roma e spalmata su una superficie orizzontale. Poco dopo una scritta dice che ti stai sbagliando: è sul muro, è di pietra e dice “Piazza Vittorio Emanuele”.

3)      Flash. Schivi un turista tedesco completamente rincoglionito. Flash. “Scusi, può spostarsi?” con accento spagnoleggiante. Ancora un flash, poi un altro, un altro e infine un altro. iPad, iPhone, reflex. Sei in una strada, la cammini tutta. C’è un red carpet di africani che ti vendono occhiali da sole, souvenir e statuette di cattivissimo gusto. Cammini, cammini ancora tra i flash, poi arriva un’Alfa, c’è scritto Guardia di Finanza, tutti chiudono i lenzuoli e fuggono. Cammini solo, in mezzo alle croci di plastica cadute a chissà chi, ai nordici in pantaloni corti e con la carnagione a mozzarella, cammini tenendoti sulla destra un muro. Pensi di non essere neanche più a Roma. Poi arrivi ad un colonnato bianco, enorme, questo ti divide da una piazza. Enorme. Questa piazza termina con una chiesa. Enorme. Sopra il colonnato ci sono delle statue e queste statue sono tutte diverse tra loro. Capisci allora che sarai il photobomber involontario più noto di tutte le diocesi sudamericane. Capisci che non sei neanche più a Roma. Capisci che tutto ciò si chiama semplicemente Piazza San Pietro.

4)      Piazzetta, giovani, universitari di diverse nazionalità, senti il rumore di una bottiglia che si stappa e di un’altra che si rompe, il clima sociale è umido, da festa terminata in rogne. Qualcuno ti chiede se vuoi della droga e intanto la gente assume posture difficili da definire: sicuramente non sono perfettamente verticali, comunque. In questa piazzetta il mondo non tende all’alto, piuttosto tende alla dispersione, all’entropia più pura. E’ un mondo molto naturale, inusuale ormai. Non è brutto, è semplicemente un po’ strano. Questo mondo ha un nome: il nome è San Lorenzo.

5)      Il silenzio. Il silenzio ti assorda. Roma solitamente fa un casino mostruoso, quindi se arrivi in un posto silenzioso ti assordi e ti angosci un po’. Hai preso un’astronave, sei finito in un pianeta distante un miliardo di miglia, un miliardo di anni. La strada è una sola ed è fatta da pietre grandi, un po’ scivolose. Il cemento non c’è. A lato ci sono dei ruderi, poi dei cavalli, poi ancora ruderi. La gente parla piano, tu invece non parli proprio. Non ci sono auto, il tempo, quello, non c’è mai stato. Pensi di essere arrivato in un paradiso, in un Eden capace di racchiudere in una manciata di chilometri tutta la storia del mondo. Pensi di aver superato i confini dell’universo: invece, semplicemente, stai percorrendo in un silenzio mistico la Via Appia Antica.

 6)      Una statua. Innanzitutto c’è una statua. La noti subito, ha uno sguardo truce, è incazzata nera. E’ un uomo incappucciato, non ti guarda ma sai che non promette niente di buono. Non ti guarda perché pensa ad altro, sta sfidando una cupola, quella cupola che l’ha bruciato vivo tanti anni fa. Il tuo sguardo allora scende impaurito: sotto ti accorgi che c’è una piazza, non enorme ma vivissima, piena di circensi, artisti, sputafuoco e gente in festa. Attorno a te ci sono tanti luoghi di ristorazione: se sei acuto, ti butti dentro a quella paninoteca alla mano che hai alle spalle, quella che ti fa i panini con gli ingredienti che vuoi tu, quella buona davvero. Sennò puoi rimanere fermo e continuare ad ammirare questo luogo così colorato, protetto da un uomo incappucciato dallo sguardo così buio. Il contrasto è vivo, ma il contrasto è poesia in questo angolo magico e spettarle, che si chiama Campo dei Fiori.  

7)      Se vieni da una città di mare non ti capaciti della cosa. Come può esserci una superficie d’acqua così lunga e stretta? E sulle sue sponde il popolo festeggia pure! Ci sono bancarelle, festoni, litri di birra e cocktail vari, libri e dischi usati in vinile di Claudio Villa che non comprerai mai. Sei stranito ma, al contempo, hai sensazioni  piacevoli. Hai la consapevolezza di essere in un posto che ti potrà dire tanto e ti nasconderà altrettanto, in un posto semplicemente bellissimo. Sei a Roma, l’acqua lunga e stretta è un fiume e si chiama Tevere. E tu non sarai mai più chi eri stato prima.   

 

 

(Credits foto: Paolo Savadori)

 

Pierpaolo de Flego