Per chi scende dalla barca: “Apocalypse Now” di Francis Ford Coppola

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Mai scendere dalla barca. Mai scendere dalla barca. Mai. Scendere. Dalla barca.
C’è poi però chi scende lo stesso. E intraprende un viaggio in picchiata tra i suoi incubi. C’è chi percorre fino in fondo il fiume e non torna mai più indietro. Chi arriva fino alla fine, fin dove è inimmaginabile giungere. E lì trova il buio.

Mi sono bastati pochi minuti ieri sera, prima di uscire e tornare a ore discretamente piccole a casa, pochi minuti di “Apocalypse Now” (Francis Ford Coppola, 1979) in tv, perciò che mi tornasse un impulso ormai del tutto ingestibile, in quanto profondamente intimo. Sì perché “Apocalypse Now” è un viaggio fluviale e oscuro verso una riflessione su ciò che di più è a sua volta oscuro nell’esistenza. Un sottile ma affilato trapano che perfora l’anima nel profondo, una chiave inglese che storce la serenità e muove le confessioni più inconfessabili. Un impulso su qualcosa che è talmente reale da risultare, appunto, del tutto ingestibile. Guardarlo una volta lascia un segno evidente, guardarlo circa dieci (come è successo a me) risulta rivoluzionario. In fondo non è un film di guerra “Apocalypse Now”, non lo è affatto. La prende la guerra, quella del Vietnam, ma solo come perfetta cornice per il suo vero messaggio: l’esplorazione dell’esistenza, dei suoi angoli più profondi, del significato di viaggio, di quello di pazzia, e quindi di quello di morte.

Innanzitutto c’è la necessità di una missione. La storia comincia così, con un’esigenza per vincere quel senso di inconcludenza che incombe quando il pensiero che tutto sia perso si avvicina progressivamente come una nube nera, tossica e soffocante. Benjamin L. Willard già conosce il Vietnam e il ritorno a casa. E difatti è di nuovo in Vietnam, consapevole che una casa, oramai, non ce l’ha più. Ma solo il bisogno: il bisogno di una nuova missione, perché è quella la sua casa, perché a quella appartiene davvero. Un’ossessione che lo distrugge, un pensiero fisso, un rantolo che lo fa muovere scomposto, che gli fa perdere moglie, famiglia e senno, che lo dilania lentamente, minuto dopo minuto, pezzo dopo pezzo. Una missione che adesso ha un volto, un nome e un cognome. Un colonnello, il colonnello Walter E. Kurtz, un pazzo gli dicono, uno uscito completamente dalla capacità di intendere e di volere, uno che si è fatto un esercito da sé che lo venera come un semi Dio, uno che ha sviluppato un suo insieme di metodi del tutto insani. Uno che sta in fondo al fiume. Willard ha con sé un manipolo di giovani dalle belle speranze, che ascoltano i Rolling Stones, che hanno dei sogni, che ancora prima del diploma già gli avevano dato in mano un fucile. Uno chef, un giovane afroamericano, un surfista e il capo: questi quelli più evidenti. E ha una barca: il viaggio così può cominciare. E qui è interessante, perché in realtà il viaggio è perlopiù sensoriale ed episodico. Non vi è quella trama folgorante, avvincente, quello stile denso di colpi di scena di cui Hollywood è maestro: c’è solo un viaggio. Via via verso l’inferno, più o meno. Un tragitto che passa su un grosso fiume dal Vietnam alla Cambogia, attraverso una serie di incontri che delineano poco a poco uno scenario onirico e sempre più simbolista. La guerra diventa un espediente molto efficace per dare l’idea della saggezza del delirio che invade l’esistenza quando giunta all’estremo. Non vi è più pazzia, perché essa non è che la realtà dei fatti, dunque diventa in un certo senso una forma di sanità, o perlomeno di abitudine quotidiana. Quella che ti fa surfare tra i bombardamenti, che ti fa gridare come un ossessionato nell’intravedere una tigre, che ti fa sparare alla cieca senza alcun comando in merito, o a freddo a una donna disperata che nasconde un cucciolo di labrador, e lo fai solo perché sei completamente eroso dalla paura o – motivo più probabile – del tutto fottuto e basta. Ma va bene, la missione c’è, la “casa” c’è, e la sicurezza effimera di non essere ancora morti o dispersi. E il viaggio continua, e anche se di fatto perlopiù visivo, ne si percepiscono netti i rumori sinistri e, soprattutto, gli odori, che sono via via più malsani; tutto diventa sempre più claustrofobico, anche se non c’è quasi scena girata in interni. La giungla è nebbiosa, fumosa. Sì, fumosa è l’aggettivo più calzante, ma in un senso stretto. E’ appunto un film pieno di fumo, tra umidità e fumogeni colorati. Tutto è incredibilmente soffocante: è come se metro dopo metro di fiume fitte ragnatele invisibili si aprano e subito si chiudano dietro alla barca. E metro dopo metro diventino più malsane, più intossicanti, asfissianti. Soprattutto dopo il ponte, il confine dove la legge, semmai ci fosse stata, si elimina del tutto. E tutti si scontrano, tra loro e dentro di loro. Da lì, da quell’ultima illusione di ordine che poi è puro disordine, non c’è più ritorno. Non vi è più esercito socio-politicamente riconosciuto, non c’è più bandiera: solo malaria, cadaveri e incubi. Ma non stupisce: è solo una conseguenza logica, è solo il normale decorso che può avere questo viaggio. Non può andare altrimenti. Perché sì, ogni fiume per quanto lungo, tortuoso, pieno di incontri, di lidi, alla fine una fine ce la deve avere. E ce l’ha. E Willard ci arriva. Praticamente da solo, perché il ragazzo afroamericano è morto, è stato ucciso ascoltando una registrazione di sua madre, perché una freccia ha trafitto il capo, perché gli altri in fondo al fiume, probabilmente, c’erano finiti da tempo. Un uomo, Willard, che giunto alla fine si trova da solo di fronte a un essere dalla tale disperazione da non essere più umano: un Dio per alcuni, un completo pazzo per altri, un personaggio che l’incantevole fotografia del film lascia quasi sempre in penombra a parte al giungere dell’inevitabile fine, quell’ultimo e forse unico lembo di moralità concreta in tutto il viaggio. Walter E. Kurtz non ha metodi insani: semplicemente non ha più metodi. Non è pazzo: è semplicemente una persona del tutto sconfitta. Ha assaggiato il sapore della paura, anzi ne è stato divorato completamente. Ma la sua colpa, la sua pazzia, la sua malattia, è quella di aver avuto la forza, l’incredibile e intollerabile onestà intellettuale di averla ammessa: di aver ammesso la paura, di averla riconosciuta come unica direzione di vita da poter perseguire, di abbracciarla, perché quando si supera il confine e si arriva oltre, oltre all’umana sopportazione, oltre alla linea di separazione (semmai ne esista davvero una) tra bene e male, oltre al peggio raggiungibile, lì insomma dove il fiume finisce, non rimane che un’unica cosa vera: l’orrore. L’orrore. E basta.

Ho visto quasi dieci volte, o forse di più “Apocalypse Now”, ma mi sono bastate poche scene stavolta per non riuscire più a trattenere l’impulso di scriverci qualcosa. Qualcosa su qualcosa di profondamente intimo da risultare quasi incomprensibile perché fin troppo scavato, incredibilmente umano nella sua costante manifestazione della disumanità, qualcosa che allora mi ha commosso dal primo secondo e che mi continua a commuovere fino all’ultimo, anche se solo per pochi minuti, prima di uscire in una serata finita tante ore più tardi.

Pierpaolo de Flego

Sulla storia a venire: “Videodrome” di David Cronenberg

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Era luglio. Luglio 2014. Ero con la band: un weekend di caldo, musica e svariate bibite. Ma di musica e caldo, soprattutto. Era luglio ed ero a Barolo: il giorno dopo avremmo suonato in uno dei festival più riusciti in Italia. Il Collisioni Festival: musica e cultura, a tratti snob ma bello, bello davvero. Qualche giorno prima guardai il programma degli eventi e lessi che un giorno, in una zona del festival a una data ora ci sarebbe stato un meeting con James Ellroy, coordinato da Carlo Lucarelli. Proprio in un giorno in cui c’eravamo anche noi. Mi dissi che ci sarei andato. E ci sono andato. Una conferenza meravigliosa, della quale – e da qui il motivo di questa lunga introduzione – ricordo circa una frase che disse Lucarelli presentando Ellroy: “Per me James Ellroy è stato uno scrittore fondamentale. Perché Ellroy mi ha insegnato che nel mondo esiste il male e il male”. Il male e il male. Un interessante risvolto, una chiave di lettura avvincente: o, se non altro, un’attenzione singolare. Il male e il male, o se si preferisce il male e basta: l’unicità ridondante che a volte qualcuno sviscera. Lo fa Ellroy con i suoi libri, lo fa Cronenberg con i i suoi film: o perlomeno nei (pochi) film suoi che ho visto (sì, me ne vergogno, e non sapete quanto). O perlomeno, nell’ultimo suo film che ho visto: “Videodrome”.

Ora, parlare di “Videodrome”, che è un po’ quello che mi piacerebbe fare qui, è difficile. Ha una trama confusa, è una pellicola che da un certo punto in poi vive di vita propria, impazzisce. “Videodrome” è tra i primi film di Cronenberg, è grezzo, incazzato, violento. Parla di televisione innanzitutto, di televisione e di pornografia televisiva. Il protagonista del film è Max (James Woods), direttore di una rete televisiva che trasmette principalmente soft porno e programmi “contro”. Max però vuole andare oltre, vuole qualcosa di più spinto, di più violento, di più. E lo trova. Un suo collaboratore stana un nuovo programma satellitare: la definizione dell’immagine è confusa, a volte la linea salta, ma il concetto è chiaro. Un programma di ultraviolenza e torture. Forse è tutto finto, forse è tutto vero. Sì, è tutto vero (forse). E il programma si chiama “Videodrome”. “Videodrome” però non è solo un programma televisivo assolutamente illegale, violento, macabro e sadico. Incarna qualcosa di più: è un emanatore di onde elettromagnetiche che compromette chi ne viene investito, è una matrice di allucinazioni, un ricettacolo di incubi via tubo catodico. Facendola breve (e non volendo raccontare troppo), la vita di Max viene pian piano investita da uno stato di perenne confusione, da un crollo psicologico e da un turbinio di allucinazioni, automutilazioni e sadismi. “Videodrome” seduce e uccide, tortura e rende chi lo guarda suo schiavo: la televisione prende vita, l’uomo diventa televisore, con la televisione si può fare sesso, la si può torturare. Essa diventa una realtà prima, la realtà poi.

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Ed è questo il punto, a mio parere, più importante e, in buona sostanza, davvero lungimirante: “Videodrome” diventa tutto ciò che esiste. La televisione diventa la realtà per chi ne è assuefatto. Non esiste più altro: solo ciò che si vede in essa. “Videodrome” è un film che anticipa un cancro del mondo contemporaneo: la verità che è tale perché è nello schermo. Il concetto di realtà è il concetto di reality. “Videodrome” è un oracolo disperato che prevede la società che sarà, totalmente alienata a causa del mass media. Dello schermo: c’è un rapporto morboso, quasi erotico, o meglio pornografico, con lo schermo. Ci si penetra dentro prima, ci si diventa poi. La pancia del protagonista si trasforma a un certo punto in un videoregistratore dalla forma inequivocabilmente vaginale, diventa un grembo-mangiacassette. La sua vita è il video, la sua carne è ibrida: la sua è una nuova carne, la sua è una vita al confine su una superficie brillante a pixel, lievemente ricurva.

Cronenberg rappresenta, insomma, una forma del male: il male più allucinato, confuso, contemporaneo, irreale e reale al contempo e che in questa sua dicotomia trova la sua spietata natura. E che culmina in un finale assolutamente incerto e violento. L’unico finale possibile, per un protagonista che ha cercato di andare oltre. E ci è riuscito. In un certo senso, con il tempo ci siamo riusciti anche noi. Cronenberg ci aveva avvisato. Noi, probabilmente, non l’abbiamo ascoltato, ci siamo girati dall’altra parte, abbiamo forzato la nostra miopia. Ah, c’è un’ultima cosa da dire: “Videodrome” è un film del 1983. Lo stesso anno da noi, in Italia, usciva il primo “Vacanze di Natale”. Forse adesso è tutto più chiaro. E direi che basta così.

Pierpaolo de Flego

Be nice: you can be anyone you want (to be)

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Ho 28 anni, 29 a novembre, ma ho ancora delle ritualità molto giovanili. Per esempio, il mercoledì sera io esco. Ogni volta mi dico che sono troppo grande (anzi, troppo vecchio), che ormai non ha più senso, che non ho più vent’anni. E dunque, ogni volta lo faccio: il mercoledì io esco. Esco con amici. Si esce per bere qualcosa, si esce perché adesso, poi, è estate, si esce perché è estate ed è mercoledì. Ogni volta si tenta di fare qualcosa di diverso: a volte ci si riesce di più, altre volte meno. Ieri era mercoledì, sono uscito. Ero nel nuovo locale chic e uptown della zona. Non era la prima volta che ci andavo, ma stavolta, per certi versi, è stata la prima. E’ il fondo cieco di un vicolo, è grande ma non si capisce quanto, è pieno di televisori, è pieno di colori e, al contempo, pieno di nero. Il bancone è pulitissimo, la porta a vetri attraverso la quale entri ed esci ha una trasparenza quasi imbarazzante, tutto il mobilio ha un gusto retro, con una patina di finzione palese dallo splendore decadente, che fa un po’ quadro di Klimt (sì, fermi, con gran calma, è un magro tentativo, sia chiaro).

Molta gente ci va a bere, molta ci va solo a pisciare: a giudicare dal livello del locale (o quello a cui ambisce), credo che i bagni siano alquanto regali. Il contesto sociale è interessante e appassionante: un’orgia di camicie perfette, persone belle, milf a dismisura, vestiti e profumi costati quanto tutta la mia istruzione universitaria, bicipiti che ti mescolano il cocktail e nessuno che ti chiede permesso quando deve passare. Riassumendo, la contemporaneità nel suo massimo splendore in pochi metri quadrati (però lo spritz è buono).

Ma tutto questo, che poi è un po’ polemica, piaccia o no, è secondario. Quello che voglio raccontare brevemente, la cosa più orgasmica della serata, è stata una new entry che mi ha spiazzato. Anzi no. Insomma, siamo arrivati all’ingresso, io, nascosto, ho storto un po’ il naso perché si beve bene, sì, però i prezzi non sono un granché comunisti, ma va bene, è un locale nuovo, va bene, è il prezzo dell’uptown (qui poi…mah, comunque), va bene, non rompiamo le palle. L’ingresso però aveva qualcosa di curioso e non riguarda l’arredamento: riguarda un aspetto prettamente umano. Vicino alla postazione del dj, c’era una persona. Uno che sono quasi sicuro fosse un modello di una qualche agenzia di moda locale. Non so, vabbé fa niente, ciò che conta è che era oggettivamente bellissimo. Statuario. Ci sono passato vicino e vicino al resto della fauna, ho attraversato quella moltitudine di bellezza dall’età varia per prendere umilmente uno spritz-aperol, e mi sono sentito come la superstrada che taglia lo skyline di Genova: un pugno in un occhio, avete presente?

Ok, ma torniamo un attimo indietro, torniamo al nostro modello. Oltre a essere bellissimo, era anche praticamente fermo. Non si muoveva da lì. Muoveva solo una cosa, anzi due. Le mani. Su e giù. Quasi continuamente. Ossessivamente, teoricamente ritmicamente. Era convinto, lo sguardo fiero, la posa seria, le spalle alte, l’espressione intensa. Ma quel movimento delle mani…Ma perché? Perché quel movimento delle mani? E perché proprio lì, a fianco del dj? Poi ho guardato meglio e ho capito. Vi do una traccia: davanti a lui c’erano due conga… Sì, esatto, il nostro modello si stava improvvisando percussionista: il percussionista di supporto al djset in corso.

Sono rimasto stupito, rapito, un po’ perplesso, ma molto affascinato e curioso. Ricordo di aver pensato a poche cose (anche perché in quella situazione non si poteva fare di più). Innanzitutto, ho pensato a Tito Puente. Subito dopo, ho pensato a quanto non riuscissi a spiegarmi tutto questo. Poi, mi son venute in mente altre due cose: una è questo frame “musica e manichini”emblematico del video di “Man I feel like a woman” di Shania Twain, che ho messo qua sopra; l’altra è che avevo già visto un immaginario del genere da altre parti, o meglio avevo già letto qualcosa di qualcuno che aveva previsto tutto questo. Questo qualcuno, poi, esasperò tutto, ma a me ha fatto paura lo stesso.

Sono uscito dal locale. Mi sono divincolato tra i fantasmi attorno a me, quelli di prima, quelli con la camicia perfetta, quelli splendidi. Ho finito il drink e me ne sono andato. Prima però ho guardato la porta a vetri che ho lasciato alle spalle, quella dalla trasparenza imbarazzante, e ho avuto un’allucinazione: c’era un cartello e sul cartello c’era scritto, semplicemente, “QUESTA NON E’ L’USCITA”.

 

this is not an exit

 

Pierpaolo de Flego

Mezzo secolo di incubi a stelle e strisce: Bret Easton Ellis compie 50 anni

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La prima volta che presi in mano un libro di Bret Easton Ellis avevo 21 anni. Era “Acqua dal sole”, il suo libro di racconti. Me lo regalò per il compleanno mio fratello. Avevo 21 anni ed ero incazzato con il mondo: a quell’età è un sacrosanto diritto. Mi ricordo anche che non riuscivo a capire perché il libro si chiamasse “Acqua dal sole”. Voglio dire: che significa? Poi ho scoperto che è semplicemente uno di quei casi di attentato culturale prettamente italiani in cui, non si sa perché, il titolo di un’opera (libro o film) viene tradotta in maniera del tutto libera, assolutamente inutile e con un senso totalmente non pertinente all’originale. Come scordarci di “Se mi lasci ti cancello”? Ecco, “Acqua dal sole”, appunto, è in realtà “The Informers”.

Bene, riassumendo: 21 anni, incazzato e con in mano “Acqua dal sole”. Pardon, con in mano “The Informers”. Lo iniziai a leggere, arrivai alla fine nel giro di qualche giorno. Lessi l’ultima frase, lo chiusi. Respirai. Sapevo che non sarebbe stato più come prima. Bret Easton Ellis era diventato il mio scrittore preferito. In pochi giorni, ma era andata così. Ero incazzato con il mondo: lui era ciò che più volevo incontrare. Mi è bastato leggere un libro di racconti, neanche un romanzo: mi sono bastate delle narrazioni brevi. “The Informers” è un libro che consiglio a chiunque si voglia approcciare a Bret Easton Ellis. Perché è in dosi ridotte ma in più sfaccettature, è in pillole. Pillole strane, pillole magiche. Pillole che si ingoiano ma che si gustano al contempo, che vorresti gustare di più ma che continui a ingoiare. “The Informers” è, più o meno, come una confezione di Mentos alla frutta, per intenderci. Ed è anche un libro, appunto, che in sequenze brevi spiega la poetica di Ellis, tramite immagini e immaginari diversi e inquietanti: vampiri in Ray-Ban che si aggirano come star a Hollywood, lettere che vengono mandate ma alle quali nessuno risponde, ambienti lussuosissimi e annoiatissimi, disillusione, disperazione che cammina su scarpe Prada. “The Informers” è lo specchio di un mondo che si uccide da solo, ma che non rinuncia allo smocking, meglio se Versace. Bret Easton Ellis è questo: uno scrittore nato artisticamente negli anni ’80, che ha fatto un primo libro (bellissimo), “Meno di zero”, che ha venduto all’infinito e che ha venduto all’infinito negli anni ’80. Dunque, veramente tanto. Ellis, l’enfant prodige della letteratura americana nel decennio dei soldi a palate, Ellis, il figlio dell’America delle opportunità e il narratore più preciso della sua illusione (e del suo crollo verticale). Perché lui l’illusione americana l’ha vissuta ogni giorno. Perché lui per certi versi, ne è stato – e continua a essere – una perfetta manifestazione artistica e creativa.

Non ho tardato poi in quegli anni a leggere tutti i suoi libri. Li ho letti in ordine sparso, senza rispettare la loro cronologia: “Le regole dell’attrazione”, “American Psycho”, “Lunar Park”, “Glamorama”, “Meno di zero” (mi pare fosse questo l’ordine, forse andrebbero invertiti gli ultimi due, ma non ricordo). Poi, molto più tardi, “Imperial Bedrooms”. E ogni volta ho scoperto qualcosa in più: del suo scrivere, dei suoi temi ricorrenti, dei suoi incubi. Ellis, fondamentalmente, narra di incubi. Incubi del mondo che sono anche i suoi. Narra una vita che non esiste, esplora i rapporti tra le persone e ne tira fuori la lercia inconsistenza, racconta un’America fatta solo di apparenza e di valori umani letti al contrario. Bret Easton Ellis è stato negli anni un perfetto storico ma, al contempo, ha sempre liberato una creatività quasi espressionista nel dipingere ciò che vede e vive. Ed è straordinario perché lui da tutto questo non si tira affatto fuori: del logorio Ellis ne è partecipe. Ogni suo libro è scritto in prima persona, ogni narrazione è dentro la vicenda, mai fuori. Ogni lettore diventa dunque protagonista dell’incubo. La cosa che ho sempre ammirato tantissimo di Bret Easton Ellis è appunto questa: lui non è esterno, non guarda la vita, il mondo e le persone da fuori come uno scrittore onnisciente, non si arroga la presunzione di interpretare il ruolo dell’occhio divino. Ellis è, in un certo senso, il mondo sbagliato che descrive. Che denuncia sì, ma non credendosi assolutamente migliore di esso. Anzi, ne fa appunto parte.

Ma ciò che ha fatto di Ellis un grande scrittore e che ha fatto di me un suo grande fan non è solo la sua capacità di descrivere il momento storico presente, ma anche la sua spiccata dote di prevedere tutto il buio del futuro prossimo. L’esempio più riuscito risiede in quello che è il suo libro, a mio parere, migliore: “Glamorama”. “Glamorama” è la storia inconcludente di un modello bellissimo, della sua vita glitterata, del suo scopare con chiunque (donne o uomini che siano), del suo alienarsi e dei suoi psicofarmaci. Ma è anche una storia che prende una piega inquietante: a un certo punto inizia a parlare di bombe e di telecamere, di terroristi in abito firmato, di spettacolo sempre e comunque, delle stragi in quanto happening di livello, eventi mondani. Lo so, è una descrizione confusa. “Glamorama” è un libro che non va descritto: va letto e basta. Non si può descriverlo. Ma proprio in queste tematiche, confuse e impilate, risiede la macabra lungimiranza: Ellis ha scritto “Glamorama” alla fine degli anni ’90 ma affronta degli immaginari e delle patologie del mondo che sono assolutamente odierni. Lo spettacolo della morte, il male come entità sexy, il conoscere ogni cosa di qualcuno – qualcuno che è bello, ovviamente – ma in realtà non sapere bene nulla, non approfondire mai. Perché non si può approfondire, perché non c’è tempo di farlo, perché ci sarà qualcos’altro da vedere, qualcun altro da vedere, qualche altro dramma da compatire. Qualche altra bomba esploderà e sicuramente sarà la più forte e devastante di sempre. Conoscere tutto insomma, e non conoscere niente. Conoscere tutti: quindi, non conoscere nessuno. Mai.

Ellis ha compiuto ieri 50 anni. Auguri. Io festeggio il mio ritorno sul blog dopo 6 mesi circa. Auguri anche a me. È che ho pensato valesse la pena rendere tributo a un genio del nostro tempo, uno che è talmente disperato per tutto quello che si chiama realtà da trovare una forza immensa per crederci ancora, uno che spiega l’angoscia dell’America circondando i suoi personaggi con una nebbia insolita a Malibù, che dipinge il male per mezzo di un broker che si aggira bello e psicopatico per Manhattan, e il dolore tramite una falsa autobiografia piena di mostri e fantasmi. Oppure, molto semplicemente, ho scritto questo post per parlare del mio scrittore preferito. Lo scrittore che ho conosciuto perché me lo ha regalato mio fratello, lo scrittore dei miei 21 anni di rabbia e di quelli a venire, lo scrittore di “Acqua dal sole”, “Le regole dell’attrazione”, “American Psycho”, “Glamorama”, “Meno di zero” e “Imperial Bedrooms”. Lo scrittore che negli ultimi anni mi ha spesso detto che la parola “scrivere” si può pronunciare “Bret Easton Ellis”.

 

Pierpaolo de Flego

Roma città aperta: confessioni di un turista bimestrale

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Il tempo passa, poi si ferma a Roma per un po’ e poi torna a passare.

Dopo 2 mesi lunghi come 2 giorni e percorsi guardando più di 2000 anni, credo vada fatto un punto della situazione. Si tirano le prime somme: su tre mesi che devo stare qui la boa l’ho girata da un po’ (se la matematica non mi tradisce), dunque ci sono delle riflessioni che ormai posso fare (spero) con discreta consapevolezza. Ho pensato di costruire qualcosa di diverso, di dare delle indicazioni turistiche. Turistiche, appunto, perché a Roma turista non smetti mai di esserlo.

Tradisco il consueto stile narrativo che uso nel mio blog e metto giù una scrittura schematica, a punti, così da essere più chiaro e conciso. Voglio sviluppare le mie prime osservazioni, quelle più spontanee, costruendo una mappa in ordine puramente sparso. Vi siete mai cimentati nei libri game? Ecco, provo a fare qualcosa di simile. Vediamo se mi riesce. Vediamo, io ci tento.

 

1)      Qui c’è casino, un odore che non vuoi descrivere, più che altro non lo riesci a fare, soprattutto se è sera. Se è sera infatti hai il sentore di dover stare attento, di guardarti attorno con un certo acume. Le luci sono basse, regna la penombra, sei un’ombra tu stesso, gli altri ti guardano ma non ti parlano, gli altri hanno paura come te. Se è giorno è diverso, l’opposto, ti sposti senza movimento alcuno,  vai avanti perché ti ci porta la gente, i colori cambiano ogni metro e mezzo, l’odore è lo stesso ma più definito, tanto che capisci quasi cos’è: è ferro, è ruggine misto a sudore, è miseria, è il catalogo aromatico completo di un vagone letto. Ti domandi dove sei, se mai uscirai da lì. Ma continuando a muoverti giungi in uno spazio grande, passi sotto un muro di plexiglass e capisci di esserne uscito indenne. Ti giri, guardi l’ultima volta quel muro dove in bianco c’è scritto “Roma Termini”. Ora sei uscito ma sei dentro a qualcos’altro, ora sai che non sarà più come prima.

 2)      Cammini per una strada abbastanza larga, poi c’è una piazza. C’è un parco in mezzo, è poco illuminato. Anche qua l’odore non è dei migliori, anzi. L’odore è per lo più di urina, niente di speciale, insomma. Ma  c’è qualcosa che ti affascina. La gente non si assomiglia per niente, tutti sembrano alieni, tutti si parlano e in pochi si capiscono. Il clima è pesante ma nessuno si odia, tutti fanno parte di quel posto ma nessuno sa perché. Capisci che la Torre di Babele è stata portata a Roma e spalmata su una superficie orizzontale. Poco dopo una scritta dice che ti stai sbagliando: è sul muro, è di pietra e dice “Piazza Vittorio Emanuele”.

3)      Flash. Schivi un turista tedesco completamente rincoglionito. Flash. “Scusi, può spostarsi?” con accento spagnoleggiante. Ancora un flash, poi un altro, un altro e infine un altro. iPad, iPhone, reflex. Sei in una strada, la cammini tutta. C’è un red carpet di africani che ti vendono occhiali da sole, souvenir e statuette di cattivissimo gusto. Cammini, cammini ancora tra i flash, poi arriva un’Alfa, c’è scritto Guardia di Finanza, tutti chiudono i lenzuoli e fuggono. Cammini solo, in mezzo alle croci di plastica cadute a chissà chi, ai nordici in pantaloni corti e con la carnagione a mozzarella, cammini tenendoti sulla destra un muro. Pensi di non essere neanche più a Roma. Poi arrivi ad un colonnato bianco, enorme, questo ti divide da una piazza. Enorme. Questa piazza termina con una chiesa. Enorme. Sopra il colonnato ci sono delle statue e queste statue sono tutte diverse tra loro. Capisci allora che sarai il photobomber involontario più noto di tutte le diocesi sudamericane. Capisci che non sei neanche più a Roma. Capisci che tutto ciò si chiama semplicemente Piazza San Pietro.

4)      Piazzetta, giovani, universitari di diverse nazionalità, senti il rumore di una bottiglia che si stappa e di un’altra che si rompe, il clima sociale è umido, da festa terminata in rogne. Qualcuno ti chiede se vuoi della droga e intanto la gente assume posture difficili da definire: sicuramente non sono perfettamente verticali, comunque. In questa piazzetta il mondo non tende all’alto, piuttosto tende alla dispersione, all’entropia più pura. E’ un mondo molto naturale, inusuale ormai. Non è brutto, è semplicemente un po’ strano. Questo mondo ha un nome: il nome è San Lorenzo.

5)      Il silenzio. Il silenzio ti assorda. Roma solitamente fa un casino mostruoso, quindi se arrivi in un posto silenzioso ti assordi e ti angosci un po’. Hai preso un’astronave, sei finito in un pianeta distante un miliardo di miglia, un miliardo di anni. La strada è una sola ed è fatta da pietre grandi, un po’ scivolose. Il cemento non c’è. A lato ci sono dei ruderi, poi dei cavalli, poi ancora ruderi. La gente parla piano, tu invece non parli proprio. Non ci sono auto, il tempo, quello, non c’è mai stato. Pensi di essere arrivato in un paradiso, in un Eden capace di racchiudere in una manciata di chilometri tutta la storia del mondo. Pensi di aver superato i confini dell’universo: invece, semplicemente, stai percorrendo in un silenzio mistico la Via Appia Antica.

 6)      Una statua. Innanzitutto c’è una statua. La noti subito, ha uno sguardo truce, è incazzata nera. E’ un uomo incappucciato, non ti guarda ma sai che non promette niente di buono. Non ti guarda perché pensa ad altro, sta sfidando una cupola, quella cupola che l’ha bruciato vivo tanti anni fa. Il tuo sguardo allora scende impaurito: sotto ti accorgi che c’è una piazza, non enorme ma vivissima, piena di circensi, artisti, sputafuoco e gente in festa. Attorno a te ci sono tanti luoghi di ristorazione: se sei acuto, ti butti dentro a quella paninoteca alla mano che hai alle spalle, quella che ti fa i panini con gli ingredienti che vuoi tu, quella buona davvero. Sennò puoi rimanere fermo e continuare ad ammirare questo luogo così colorato, protetto da un uomo incappucciato dallo sguardo così buio. Il contrasto è vivo, ma il contrasto è poesia in questo angolo magico e spettarle, che si chiama Campo dei Fiori.  

7)      Se vieni da una città di mare non ti capaciti della cosa. Come può esserci una superficie d’acqua così lunga e stretta? E sulle sue sponde il popolo festeggia pure! Ci sono bancarelle, festoni, litri di birra e cocktail vari, libri e dischi usati in vinile di Claudio Villa che non comprerai mai. Sei stranito ma, al contempo, hai sensazioni  piacevoli. Hai la consapevolezza di essere in un posto che ti potrà dire tanto e ti nasconderà altrettanto, in un posto semplicemente bellissimo. Sei a Roma, l’acqua lunga e stretta è un fiume e si chiama Tevere. E tu non sarai mai più chi eri stato prima.   

 

 

(Credits foto: Paolo Savadori)

 

Pierpaolo de Flego

La primavera non c’è più: “Requiem for a dream” di Darren Aronofsky

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Innanzitutto serve una cena leggera. Riso in bianco, insalata, magari dei pomodori ma pochi, al massimo del pollo ai ferri ma poco condito. Una dieta del genere è necessaria perché, se poi si è intenzionati a passare un’oretta e mezza serale guardando “Requiem for a dream”, bisogna essere fisicamente preparati. Preparati a una raffica di pugni allo stomaco ben direzionati. “Requiem for a dream” è il secondo film di quello che io reputo il miglior regista del nuovo millennio, Darren Aronofsky. Il secondo film e anche il più duro dei cinque che ha fatto: un capolavoro, è indiscutibile, ma durissimo.

“We got a winner!”. Abbiamo un vincitore. Promesse di dimagrimento via tubo catodico, deliri sociali in prime time, una vecchia televisione, una donna sola e anziana. “Regola numero uno: niente carne rossa”. Poi basta. La tv si spegne dal nulla. Serve al figlio, servono soldi. “Requiem for a dream”, titoli di testa. Clint  Mansell alla composizione musicale, Kronos Quartet all’esecuzione magistrale. E’ estate. Ci sono donne vecchie e sole che parlano a volumi leggermente al di sopra del sopportabile, con sdraio o semplici sedie da cucina per sedersi sotto il cocente sole della periferia di New York. Si parla: di figli, di televisione. I figli: Sara Goldfarb, la vecchietta di prima ne ha uno, Harry. E’ tossicodipendente e lei non lo sa. Lui ha una ragazza, Marion. Anche lei è tossicodipendente. Lui ha un amico, Tyrone. Anche lui è tossicodipendente. E’ estate e da un lato c’è una donna sola e teledipendente, dall’altro il figlio tossico, che insieme all’amico ruba periodicamente la televisione alla madre per rivenderla e farsi qualche dollaro. Per cosa? Per l’eroina. Per sé e per la ragazza. E’ tutto chiaro. Poi succedono due cose: una è una telefonata, l’altra è un’idea. La telefonata è per Sara Goldfarb: le viene detto che sarebbe andata a breve in un programma televisivo, che avrebbe vinto. Dall’altra l’idea: Harry e Tyrone vogliono farsi i soldi spacciando. Tanti soldi. Sara ha un bel vestito che si potrebbe mettere per il programma, è rosso. Un bel vestito rosso. Ce l’aveva al diploma di Harry, in quella bella foto che li ritraeva insieme al defunto marito e padre. Il vestito però è ormai stretto: serve una dieta, anzi no, serve dimagrire (e subito). C’è un bravo dottore, uno di quelli che ti dà le pillole, uno di quei dottori taumaturgici. Tutto va bene, i chili diminuiscono da un lato, i soldi esplodono dall’altro. Ma nessuno dei personaggi in gioco si ricorda una cosa molto importante: dopo l’estate c’è l’autunno, e dopo l’autunno l’inverno.

D’autunno, infatti, le cose cadono, d’inverno muoiono. Tutto crolla, tutto si decompone, tutto agonizza: anche Sara, anche Harry e Tyrone e Marion. Aronofsky è spietato, odia letteralmente i suoi personaggi, non concede nulla all’immaginazione, taglia braccia ormai in cancrena, compie agghiaccianti elettroshock e te li mostra in faccia, a neanche un metro di distanza. Il montaggio rapido e serratissimo, costituito da immagini semplici e chiare, non lascia spazio alla calma. Vedi “Requiem for a dream” e sei in un costante stato di angoscia: un’angoscia che ti paralizza e ti tiene incollato allo schermo. L’ironia e l’apparente brillantezza di inizio film vengono martirizzate nel giro di un’ora e mezza: dall’estate di sogni all’inverno di incubi ci passa, in realtà, poco tempo. Sogni dunque che muoiono: sogni di gloria, sogni innocenti perché i sogni, qualsiasi essi siano, sono entità innocenti. Eroina, anfetamine, prostituzione, malati giochi erotici, proiettili in pieno volto, personaggi televisivi ringhianti e infernali che creano un circo animalesco nel semplice salotto di una vedova, un frigo che si muove, degenero fisico e mentale: i personaggi, inizialmente bellissimi, vengono inabissati nel mondo sbagliato in cui hanno scelto di vivere, fatto di tutti questi strani dettagli. Personaggi che dunque toccano il fondo e non risalgono più in superficie.

Darren Aronofsky rappresenta in ogni suo film un concetto universale: ne “Il cigno nero”, ad esempio, mostra la pazzia, in “The Wrestler” l’infinita tristezza e in “Pi greco” la troppa genialità umana. Bene, in “Requiem for a dream” rappresenta, semplicemente, la fine. Lo fece anche un altro grande regista, Francis Ford Coppola, in un capolavoro chiamato “Apocalypse now”: erano gli anni ’70, anni in cui si sperava ancora in qualcosa. Aronofsky l’ha fatto invece nel 2000, quando la speranza, ormai, era già un miraggio. “Requiem for a dream” è dunque un quadro iperrealista di un mondo ridotto ormai a sole tre stagioni, che si susseguono con un preciso iter: estate, autunno, inverno. La primavera, quella, non è che un sogno, a cui Aronofky ha reso, con un semplice film, il più degno dei funerali.

 

Pierpaolo de Flego

Musica e visioni per amori elettrici e messe nere: Depeche Mode, Milano, 18 luglio 2013 [recensione]

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Siamo nel 2013, ma c’è chi ai concerti si porta ancora i testi fotocopiati dal booklet del nuovo cd della band. La cosa commuove, alla luce di un’epoca di app e ipad. Comunque è successo anche questo, giovedì 18 luglio al concerto dei Depeche Mode a San Siro, Milano. Benché io sia probabilmente il ventisettenne-ventottenne più demodé e meno upgraded in Italia (e non solo), la prerogativa del cartaceo appartiene ormai a generazioni più vecchie della mia (benché, appunto, io ne sia ancora molto legato). E anche in questo caso la conferma c’è stata: i possessori delle fotocopie rasentavano tranquillamente la cinquantina. Ecco, questo è un primo punto da sottolineare: ai concerti dei Depeche Mode non esiste un’età standard, vi è di tutto, dal bimbo al vecchio.

Un altro punto da sottolineare è che i Motel Connection sono bravi, i Chvrches molto bravi e la loro cantante bellissima.

Smaltita dunque la panoramica breve sulle opening band e quella sull’ambiente sociale, si può passare al live veramente importante. E qui iniziano i problemi: è difficile parlare di un gruppo che ti piace così tanto, che fondamentalmente ami. Quando ami qualcosa, o qualcuno, te ne accorgi davvero quando non c’è una frase, una parola, un discorso o semplicemente un’immagine che possa essere una sua rappresentazione fedele. Ti servirebbero tutte le cose meravigliose che finora hai visto, ma è difficile farle stare insieme, tutte quante nello stesso momento. Provo allora a giocarmela con immagini sparse, enunciate grazie ai ricordi fulminei, provo con i frame casuali, tenuti al presente, come se li stessi vivendo adesso. Francamente è l’unica maniera che mi viene in mente per venirne fuori.

Il concerto si apre con “Welcome To My World”, pezzo che ti porta dritto dritto nel mondo Depeche Mode: un sistema fatto di sentimenti e rumori, molto buio, elettronici battiti cardiaci, suoni a motosega e parole dolcissime. Ecco, una maniera (sempre inesatta, sia chiaro) per descrivere i Depeche Mode, potrebbe essere: “un robot cupo che ama il pianeta terra e l’umanità, anche se l’umanità non lo comprende un granché”. L’atmosfera di “Welcome To My World” non è soave, non strizza l’occhio alle signorine, non vuole essere delicata. Ti porta dentro un mondo e l’impatto con l’atmosfera è sempre traumatico.

Su “Walking In My Shoes” le parole non esistono, non le ho mai trovate. E’ la terza volta che vedo la band dal vivo, la terza volta che la vedo suonare “Walking In My Shoes” e per la terza volta perdo la capacità di espressione: dunque amen. Su “Black Celebration” cala il buio a San Siro, mi guardo attorno e vedo cinquantamila persone immerse in un coro quasi a preghiera, a mantra, a messa nera. Celebrazione nera, appunto. Su “Precious” non vedo invece quasi nulla, ho gli occhi completamente chiusi e canto sussurrando le parole del brano: a un certo punto decido di riaprire gli occhi, ci sono dei cani sui maxi schermi. Strani visuals, ma belli, molto. “Precious” comunque è sempre impegnativa: cacchio, se lo è.

Momento Martin Gore: prima “Higher Love”, non la ricordavo un granché (ma quanto è bella?). Poi, pianoforte e voce, “Shake The Disease”. «I’m not going down on my knees begging you to adore me, can’t you see it’s misery and torture for me when I’m misunderstood?». Non c’è ragione, né descrizione valida, il mondo diventa bianco, non si sente più nulla, non vorresti essere da nessuna altra parte sulla terra, c’è un universo intero che ti guarda dal palco.

“Enjoy The Silence” è un capolavoro a visuals claustrofobici: sugli schermi ci sono delle modelle nude appiccicate a un vetro che si muovono lentissime. Io mi innamoro di una che sta a cinque metri da me. Dettagli. Il pezzo comunque fa paura come sempre, la voce viene sempre meno perché il ritornello è fottutamente da stadio. “Personal Jesus” viene subito dopo e scherza quasi con il pubblico, partendo lentissima ed esplodendo poi. C’è il delirio, io ne faccio parte.

I bis: “Home”, pianoforte e voce. Una, anzi cinquantamila. “Home” è una canzone che non ha tempo perché lo fa dimenticare del tutto. Sembra “Cecità” di Saramago: non servono connotazioni spazio-temporali quando ciò a cui stai assistendo è universale. “Halo”, versione Goldfrapp, versione bellissima, poesia pura, grosse difficoltà. Poi “I Feel You”: bé, c’è poco da dire. E’ semplicemente una canzone che ti fa sembrare sexy e abbordabile anche una lavastoviglie. Infine “Just Can’t Get Enough” (inno) e “Never Let me Down Again”.

In tutto questo per più di due ore Dave Gahan è una trottola, Martin Gore un poeta e Andy Fletcher un automa. In tutto questo ci sono luci, immagini, sudore, cappelli da sombrero sugli schermi, un tedesco altissimo che oscura periodicamente la vista, spinelli e ragazze meravigliose. O meglio carine, ma rese meravigliose dal concerto a cui stanno partecipando: perché, come dice giustamente mio fratello, “la musica bella rende più belle le persone che ti stanno attorno mentre la stai ascoltando”.

E infine, in tutto questo mi accorgo che le parole che ho appena scritto non sono riuscite neanche lontanamente a descrivere ciò che ho provato, sentito e vissuto il 18 luglio 2013 a San Siro, Milano: già lo sapevo, ma valeva lo stesso la pena tentare di farlo.

 

Pierpaolo de Flego